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L’orso riposava ancora, le ferite dell’avvoltoio pizzicavano e bruciavano, ma la stanchezza nei suoi occhi era più pesante di qualsiasi dolore fisico. La volpaccia, intanto, si stava sfogando a pugni sul soldo enorme che il dottore aveva lasciato a terra, urlando e ridendo come se fosse una rabbia incatenata. Il dottore, con voce da magistrato e un ghigno da giudice sadico, le urlò:
“Davide! Se serve a sfogare il tuo locus of control esterno, sfogati… ragazzaccio!”
Il lupo, come se niente fosse, stava assaggiando la sua bottiglia di olio d’oliva, annusando e assaporando ogni goccia come fosse un vino raro, mentre la volpe si guardava ancora la ferita dello sparo del dottore, le mani tremanti e lo sguardo furibondo. Teresa, concentratissima, stava dipingendo una strana spirale a triangolo sul pavimento, i colori che si mescolavano come pensieri confusi e rabbiosi. Albi, ancora legato, borbottava in romanesco:
“Ma se non torno a Roma pe’ er prazno, er capo me licenzia… mannaggia la miseria…”
All’improvviso, un suono penetrante, celestiale, riempì l’aria: un canto cristallino che sembrava arrivare direttamente dal paradiso.
“Anna, come sono tante… Anna permalosa…”
Teresa alzò lo sguardo, incantata, mentre la volpe restava immobile, quasi ipnotizzata. Il dottore sbottò ridendo:
“Ma che è, Lucio Dalla s’è svegliato ar Paradiso?!”
Poi, alzando gli occhi al cielo, la volpe urlò, saltellando come un pazzo:
“Ma sono loro! Proprio loro! I Birds of a Feather!! Teresa! Francesco! Guardate! Guardate!”
Gaston si alzò di scatto, correndo avanti e indietro, la sua volpe al seguito, urlando:
“Renard! Renard! Renard!”
L’orso, sconvolto, cercava di mantenere la calma:
“No! No! Poverini! Mandateli via! Via! Sció! Non vi fa bene venire qui! Via!”
Ma Millo si posò sulla spalla sinistra dell’orso e Milla su quella destra, riprendendo a cantare con voce celestiale:
“Anna bello sguardo, sguardo che ogni giorno perde qualcosa…”
L’orso, con voce calma ma ferma, parlò ai due uccellini:
“RAGAZZI! VIA! NON POTETE STARE QUI! ANDATE ALLO STAGNO! SVELTI! NON POTETE STARE ALLO ZOO! NON È POSTO PER VOI! LO DICO PER VOI IO! VIA ALLO STAGNO!”
La volpe, con le lacrime agli occhi, quasi piangendo, disse all’orso:
“Ma perché li tratti così? Ma li senti come cantano? Ma li vuoi offendere? Poverini! Ma dove è finito il tuo cuore da orso?”
L’orso urlò, scuotendo la testa e battendo le mani sulle ginocchia:
“Ragiona, Nicola, santi numi! È per il loro bene che lo dico! Qui allo zoo siamo troppi! Troppi! Accidenti! Stiamo tutti male allo zoo! Persino er dottore! Stiamo tutti de merda! Non meritano di cantare qui! Vuoi farli impazzire?!”
I Birds of a Feather, senza curarsi troppo delle urla, continuarono a cantare:
“Lupo di periferia… Marco col branco, Marco che vorrebbe andar via…”
Il lupo, ridendo, si intromise tuonando:
“Aha! Qualcuno mi ha chiamato? Ma quale periferia? Io vivo in centro eh! Senti, Nicola! L’orso ha ragione! Loro sono nati per cantare dove si sta bene! Qui stiamo tutti ‘na merda! Persino er dottore, che si crede il più sano de Mentone, è quello che sta messo peggio de tutti! Altrimenti non avrebbe bisogno de vomitare fascicoli e strizzare er soldo pe’ sentirsi qualcuno! Andate, uccellini! Andate da chi sta bene! Ascoltate l’orso!”
Millo e Milla si guardarono, posero i becchi uno verso l’altro e, con un’ultima nota celestiale, volarono via cantando:
“Addio, sogni di gloria…”
Teresa rimase a guardare affascinata, gli occhi pieni di meraviglia. Albi, imprecando, borbottava:
“Io mo’ a Roma non ce torno e perdo i miei soldi…”
L’orso, stizzito, indicò il soldo enorme a terra, accanto al dottore e Teresa, e disse:
“Qui di soldi ce ne sono fin troppi!”